Gli effetti del Digital Divide su una Categoria L'impasse operativo da letture scorrette

[Da questo articolo in poi i link sottolineati e in corsivo saranno riferiti a termini di uso corrente nell’innovazione, perchè vi è la necessità di parlare un linguaggio unicamente determinato]

Facciamo datajournalism sulla categoria, con il supporto dei dati numerici per definire la posizione di una categoria all’interno del quadro imprenditoriale italiano. I dati utilizzati provengono da fonti certificate, ossia dagli stessi Ordini Territoriali e dal Consiglio Nazionale e sono stati comparati con altri provenienti dai Ministeri di Grazia e Giustizia, Sviluppo Economico e Economia e Finanza, Interni, Istruzione e Pari Opportunità, ISTAT. I dati sono reperibili sui siti in formato open e pertanto liberamente scaricabili e utilizzabili, esercizio che richiede solo tempo.

Dal monithon si può agevolmente riscontrare quanto segue:

1.- con la “vecchia” normativa la soglia di accesso alla professione era in media di 28 anni; ora si è innalzata tra i 32 e i 35 anni.

2.- l’accesso alla professione di revisore legale era immediato, oggi è stato allungato operativamente di 4 anni, con un ulteriore vincolo derivante dalla difficoltà di reperire un revisore attivo per il tempo necessario a portare a termine i 3 anni di tirocinio.

3.- entrambe le situazioni stanno riducendo l’investimento in termini di tempo non retribuito generando scarso appeal per la professione tra i giovani e anche il taglio del tirocinio a 18 mesi per la professione di commercialista è un palliativo.

4.- circa il 72% degli studi, indipendentemente dalla posizione geografica, è posizionato nella fascia di età superiore ai 55 anni.

5.- la costituzione di uno studio indipendente e autonomo rispetto al dominus avviene dopo circa 20 anni dall’accesso alla professione, dovuto in parte ai costi di avviamento. Spazi coworking, studi associati multifunzionali in grado di dare maggiore assistenza al cliente sono solo rimedi temporanei di breve periodo sino all’autonomia completa, che avviene nei successivi 5 anni.

6.- la complicazione ulteriore introdotta da una specializzazione, che nei giovani non può e non deve essere conseguita prima dei 5 anni.  Nel frattempo, la formazione – contabilità e bilancio, fisco etc – per oltre il 97% delle ore ad essa dedicate, con un’offerta variegata dal corso gratuito al costoso e comunque limitata al solo conseguimento dei CFP, blocca l’avvicendamento e sostituzione nella categoria e l’allargamento di attività in studi consolidati. Ne consegue che le nuove generazioni, pur trovandosi in condizioni di stimoli esterni e sollecitate dal mercato, sono psicologicamente obbligate a impostare il proprio lavoro verticalizzando infinitamente la propria specializzazione in materia contabile e fiscale.

7.- l’87% degli studi non investe in innovazione dei processi organizzativi interni e in diversificazione delle attività richieste dal mercato e rimane concentrato prevalentemente su contabilità, fisco e almeno altre due linee, quali contenzioso, fallimento e agevolazioni finanziarie, tra quelle più praticate. La scelta dipende in larga misura dal contesto geografico, dal tessuto imprenditoriale e dalla dimensione di quest’ultimo.

8.- la concentrazione sulla contabilità è utilizzata per la copertura parziale o totale dei costi di gestione, anche se la sempre più bassa marginazione genera ulteriori costi addizionali e sommersi. La contabilità è generalmente propedeutica all’acquisizione su base fiduciaria del cliente, cui vendere altri servizi, in cui il supporto alle decisioni all’imprenditore è escluso dalle competenze. Inoltre, si lamentano costi eccessivi per gli adempimenti contabili/fiscali e per l’introduzione di nuovi, quando è ben noto che il relativo “costo di manutenzione” è definito, assolto, per cui si ha solo un guadagno dipendente dal margine assegnato al cliente.

9.- l’offerta marketing dei commercialisti è incentrata e sensibile solo al prezzo, meno alla variabili di qualità, determinando una spinta verso il basso che ha portato la tariffa a ridursi da 1/3 a 1/10 di 3 anni fa e conseguentemente un reddito di medio-basso profilo per la maggior parte dei professionisti.

10.- per l’”Osservatorio delle Professioni del Polimi“, quasi il 40% dei commercialisti non percepisce i cambiamenti del contesto ambientale e le ricadute sulla professione. Su un campione di 450 studi, l’analisi rivela che il 53% punta ad investimenti per la gestione dell’esistente; il 19% ad adeguamento tecnologico e regolatorio, solo il 12% per l’innovazione. La spesa complessiva rimarrà uguale nei prossimi 2 anni nel 40% dei casi; nel profilo di comportamento almeno il 48% rappresenta i “periferici seduti”, non pianificano, non investono in formazione o tecnologia, non offrono servizi diversificati, e, in generale, sono in uno stato di crisi. A ciò si aggiunge un 56% di studi che non usano i social network per l’attività lavorativa. Il che equivale a dire che non esiste comunicazione esterna delle proprie competenze.

11.- la percezione consolidata di dover essere professionisti tout court quando i modelli di oggi hanno già messo in crisi i modelli di impresa e persistere nell’errore di crederlo quando si dovrebbe trarre lezione per delineare una nuova professional-experience.

Alcune conclusioni sono doverose. Miani e l’intero Consiglio Nazionale si trovano davanti alla medesima decisione, duplice e fortemente strategica, di un imprenditore che debba da un lato riposizionare il proprio prodotto consulenziale e riprendere una quota di mercato, e, dall’altro, è alle prese con una categoria stressata e demotivata, in crisi identitaria e completamente scollata dalla realtà imprenditoriale, dove le istanze di innovazione si stanno ripercuotendo sulla professione. La mancata identificazione di questo esatto conflitto sta generando un impasse operativo oltre che istituzionale. Trovare una soluzione che si riveli vincente nel breve quanto nel lungo periodo è difficile a meno che non cambi il modello di categoria.

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