Caro Miani, l’Innovazione è una competenza Il significato di Cambiamento, Innovazione, Digitalizzazione nella Categoria.

Caro Massimo, Egregio Presidente,

“ti scrivo, così mi distraggo un po’/e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò./Da quando sei partito, c’è una grossa novità/l’anno vecchio è finito ormai/ma qualcosa ancora qui non va.” (Lucio Dalla, “L’Anno che verrà”).

Parafrasando Dalla, da quando è partito il Suo mandato, ancora qui qualcosa non va, fatto salvo che rilevo l’oggettiva difficoltà di gestire il cambiamento in situazioni ingessate e incancrenite da tempo, e da politica miope e vetusta.

Andiamo direttamente al punto: c’è confusione tra cambiamento, innovazione e digitalizzazione. Non è un problema di semantica, quanto di cambio di paradigma, di misconoscenza del processo che li riguarda.

Lei è a conoscenza, credo, di una mia “Lettera aperta al Presidente Miani” perché postata nel gruppo Facebook “Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili”, che la stessa rivista Eutekne ha evitato di pubblicare in nome di una condivisibile libertà di opinione, e reperibile qui. Sostenevo, in maniera “ingenerosa” ed obiettiva, confortata da numeri – perché di numeri ci occupiamo,  e senza fare populismo o demagogia, che i dati sono reperibili e aperti per tutti e da tutti liberamente analizzabili – la posizione di una categoria ferma al palo perché incapace di gestire il cambiamento e soprattutto incapace di generare valore per se stessa, di fare innovazione, di comprendere la digitalizzazione.

Già. Il Cambiamento in atto nel mercato attuale. Al di là di considerazioni politiche, il Governo Renzi ha attuato 4 Riforme – Piano Nazionale Scuola Digitale, Riforma PA, Industry 4.0, Terzo Settore – dove si aprono scenari fiscali e finanziari altamente innovativi e si compenetrano talune possibilità di ampio respiro, molte delle quali non adeguatamente comprese, perché la realtà non è stare nella caverna a guardare le ombre: adesso si sta vivendo un’ondata lunga di riforme della PA cominciate nel 2007 e ora in piena attuazione.  Sono 10 anni e tocchiamo uno dei culmini proprio ora. L’altro sarà previsto per giugno e novembre 2017 e dopo sarà un crescendo esponenziale. Tradotto in termini operativi, la gamma di opportunità di business derivante dalla lettura incrociata delle Riforme e aperta alla categoria è molto ampia, tuttavia limitata nell’esercizio da un codice deontologico che nella sua nuova impostazione è già vecchio, eliminando di fatto l’apertura al futuro della professione dietro ad un sistema di regole stantio e contraddittorio, e ad un meccanismo sanzionatorio da Restaurazione dei tempi che furono, il tutto aggravato dalla miopia: basta quindi portare a casa il risultato – quando c’è – del cliente che ti paga, perché alla fine questa è la percezione del valore della professione.

Già. Il Valore. E la capacità di generarlo. In un’economia che sta sfidando i propri paradigmi – a volte aiuta andare a rileggere le basi per scoprire come anche questa si sia evoluta verso lo sharing – le metriche di valutazione non si basano più sul cost accounting, essendo stato dimostrato che creano confusione nei bilanci sin dagli anni ’90, “drogandoli” pur nel rispetto delle regole e della normativa: così, una valutazione a costi/ricavi dell’azienda non rileva una compressione temporale dell’intera fase di attraversamento della materia prima sino al prodotto finito, anche se questa attività aggiunge valore al prodotto.

Oggi altre metriche, internazionalmente adottate e riconosciute anche in Italia, basate sul BPMN, Business Process Management & Notation, hanno vieppiù evidenziato che il prelievo fiscale non contribuisce all’apporto di valore nella fase di trasformazione di prodotto, anzi lo distrugge quanto maggiore è l’inefficienza di fabbrica dal punto di vista amministrativo e gestionale:  questo aspetto è a perfetta conoscenza dell’Agenzia delle Entrate, ma non della categoria, pur con le dovute eccezioni. Quindi l’interrogativo: come contribuisce il commercialista alla creazione del valore di un’impresa, essendosi la sua funzione ridotta a mero esecutore di adempimenti e in capo ad una funzione che distrugge lo stesso valore di prodotto?

Già. I Processi. Questi sconosciuti. I peones della contabilità hanno i giorni contati perché l’evoluzione in atto sta integrando i sistemi informatici tra le diverse componenti aziendali; le tecnologie abilitanti di Industry 4.0 prevedono dialoghi diretti tra le varie risorse dove l’intervento dell’uomo svolge una funzione marginale: la macchina comunica con la contabilità. Le aziende software sono quelle più chiamate a intervenire su due livelli, la conoscenza dei processi aziendali e lo sviluppo e produzione del software. In questo ci si attende la presenza di un commercialista che valuti l’impatto di talune decisioni. Che non c’è. Interviene a situazione finita. A sistemare le cose. A consuntivo, non a preventivo. Quando c’è da fare i conti a decisioni già prese, non a pianificare fiscalmente e finanziariamente. So di clienti che abbandonano gli studi perché non trovano risposta a quesiti specialistici, ormai sempre più collegati all’innovazione di impresa e all’impatto fiscale di decisioni finanziarie. Dov’è il commercialista che parla il linguaggio dell’innovazione?

Già. L’Innovazione. E’ un processo continuo in perenne divenire, fatto di ricerca, formazione, investimento, conoscenza. Fare innovazione è prima di tutto una competenza, con un processo, un budget, responsabilità e responsabili. L’innovazione non è un dato finale, un obiettivo, qualcosa da raggiungere misurabile  con una riduzione della spesa delle funzioni fiscali. Perché dal punto di vista del Business Process Management, quello che è stato ottimizzato sono i metodi di trasferimento delle pratiche, non un efficientamento della lavorazione rendendola più rapida – che sarebbe un dato positivo –. Ciò vuol dire che aumentano i tempi di attesa e di coda prima della lavorazione e la riduzione della spesa è annullata dall’incremento dell’attesa per l’evasione della pratica. Ossia aumentare i costi sommersi. Scaricabili sull’utenza contribuente. Inviare premendo un tastino l’adempimento non è fare innovazione e il commercialista non ha contribuito ad essere innovativo, se né il processo, né una sua fase, né una parte di essa ha contribuito ad un miglioramento di tutto il sistema. Anzi al contrario, ha generato maggiore inefficienza. Quindi una riduzione del 50,3% di riduzione della spesa fiscale è un indicatore inutile se non esprimibile in SLA (Service Level Agreement), ossia di pratiche evase in una certa unità di tempo. Questo è allo studio da parte della PA e delle case software. Mariotti e la Assosoftware sanno cosa accade, sanno della differenza tra intermediazione e attore in un processo perché lo vivono ogni giorno, lo devono applicare o sono fuori mercato. Ci vuole attitudine al cambiamento per creare innovazione. Mentre i commercialisti continuano a subire perché non c’è stata una generazione pronta alla digitalizzazione e mai ci sarà di questo passo.

Già la Digitalizzazione. Non si può parlare di subire qualcosa, se la scelta è stata di non sedersi al tavolo in cui le decisioni erano prese. Ammetti lo scotto che stai pagando e poni rimedio. Solo che se ti siedi al tavolo, chiami anche persone – e ce ne sono tra i colleghi – che hanno competenze e visione strategica e che ti aiutano a prendere decisioni coerenti con il mercato, e non che ci si allontani da questo al punto da sfiorare l’impopolarità pagandola in termini di credibilità professionale. Perché la certificazione di un processo soprattutto quando non si riconoscono i titoli internazionali per farlo – una bellissima iniziativa del Ministero di Grazia e Giustizia in collaborazione con il Consiglio Nazionale per garantire una apparente esclusività di rendita e di posizione  – è una mera operazione come l’apposizione del visto di conformità per i crediti di imposta. Il che porta alla formazione, e alle SAF, dove abbiamo molta domanda di attività e specializzazione, ma solo negli ambiti riconosciuti, in via residuale ed esclusiva, isolata, rispetto al mercato stesso. O ai corsi di formazione tenuti da commercialisti per commercialisti, dove basta andare a strisciare il badge all’inizio e alla fine. Poi, all’atto del problema posto dal cliente, “torni, le faremo sapere” è la risposta più adeguata, se non Dottor Google o Prof. Facebook, quando non si conoscano, malgrado evidente diffusione, le norme procedurali e gli aspetti normativi. E qui i fatti sono plateali: ovvio che il cliente non ti paghi, sei merce per lui e la sua percezione. Perché, per il commercialista, ci sono prima i costi e gli adempimenti.

Già.  I Costi e gli Adempimenti. In un ambiente in cui il commercialista già subisce l’innovazione – e questo è già contraddittorio, visto che la categoria dovrebbe promuoverlo per le competenze che possiede – sostenere che il cambiamento passi  attraverso la stessa Amministrazione Finanziaria con un riconoscimento anche economico del ruolo e della funzione sfiora la subornazione e il ridicolo. Per questo e per quanto sopra riportato, un programma che prevede di recuperare il gap con uno scambio svantaggioso – da ormai 10 anni, il Fisco e la PA hanno già intrapreso un cammino di Riforma indipendentemente dal contributo dei commercialisti – dimostra che non si è fatto tesoro delle lezioni del passato. Né tantomeno diventare certificatori finali di un processo di fatturazione B2B che allo stato dell’arte serve a poco se non inutile. Manca in altri termini un business model della categoria, un planning organizzato che contribuisca a migliorare la capacità di generare valore, invece di ottenere agevolazioni in termini di crediti di imposta. Si può fare? E’ la tanto agognata riforma in consultazione? Non credo.

Passiamo a qualche dato statistico. Secondo l’Osservatorio delle Professioni, quasi il 40% dei commercialisti (data fonte 13/05/2016) non percepisce i cambiamenti del contesto ambientale e le ricadute sulla professione. Un’infografica del 22/03/2016, scaricabile qui,  un campione di 450 studi, rivela che il 53% punta ad investimenti per la gestione dell’esistente; il 19% ad adeguamento tecnologico e regolatorio, solo il 12%  per l’innovazione. La spesa complessiva rimarrà uguale nei prossimi 2 anni nel 40% dei casi; nel profilo di comportamento almeno il 48% rappresenta i “periferici seduti”, non pianificano, non investono in formazione o tecnologia, non offrono servizi diversificati, e, in generale, sono in uno stato di crisi. A ciò si aggiunge un 56% di studi che non usano i social network per l’attività lavorativa.

Queste sono percentuali da analfabetismo funzionale digitale. Si può dire che la categoria faccia innovazione, percepisca ed incoraggi il cambiamento se contraddetta dall’analisi qui citata?

Si può obiettare, tuttavia i dati rimangono. L’Osservatorio delle Professioni si basa sulla statistica di una email contenente un questionario di diverse domande strutturate in termini di impatto della tecnologia come riduzione dei costi. La parte curiosa è nella stessa impostazione del questionario cui rispondono in pochi o tali da rappresentare il campione (450 nel caso citato); inoltre è dal 1996 che è accertato come gli impatti della tecnologia sui processi non si misurano in ricavi e costi, ma in capacità di generare valore. Per i commercialisti, l’aumento dell’investimento in tecnologia non genera un impatto significativo se il processo è mantenuto all’interno dello studio: alla riduzione dei costi per l’utilizzo di nuove tecnologie, non corrisponde un incremento della generazione di valore derivante dall’acquisizione di nuovi clienti e dalla gestione dei vecchi. In altri termini, la gestione in cloud aumenta il grado di libertà del consulente che può essere impiegato per l’acquisizione di nuovi clienti, a patto che il processo di contabilità avvenga presso il cliente e non in studio. Sebbene i costi siano i medesimi, il processo è diverso e aumenta la capacità di lavoro cui corrisponde una maggior qualità del cliente, non necessariamente una maggiore redditività.

Altro dato statistico. L’età media per la formazione “operativa” di un commercialista è 30 anni e sta salendo: parliamo di limite temporale per il cambio generazionale. La nuova normativa non ha semplificato le cose, le ha rese più farraginose. Per cui da un lato abbiamo un mercato che richiede figure professionali pronte alle nuove sfide in un tempo di formazione inferiore rispetto a quello con cui esse vengono “rilasciate”. Analogamente, la nuova normativa sui Revisori Legali ha allungato i termini di un anno. Ammesso che un praticante diventi commercialista in una delle due sessioni previste annualmente, deve aspettare un anno per fare un esame che lo titoli Revisore, a patto che il suo dominus lo sia stato per tre anni consecutivi, consentendogli di essere ammesso. Il fatto che si faccia un esame separato sta impedendo di costruire la nuova generazione di Revisori Legali, oggi di fatto ammessi ad uno spettro più ampio di attività. Pochi di essi sono pronti a nuove sfide se non per iniziativa professionale. Lo scoramento di non individuare un futuro probabile, al di fuori del settore della consulenza tradizionale, aumenta il tasso di sfiducia, se come si legge, un praticante sconta la scarsa attitudine ad innovare del dominus. E la crisi di praticanti aumenta.

No, spiacente. L’innovazione è per molti, ma non per tutti. Gestire il cambiamento è per pochi.

Finisco per pensarla come Bugs Bunny, quando scopre di essere nel posto sbagliato: “I Knew I should have taken that left turn at Albuquerque” (“Lo sapevo che avrei dovuto svoltare a sinistra ad Albuquerque”). Tant’è. Sono qui, mio malgrado.

Distinti Saluti

Salvatore Longo

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